Dove passa il confine tra quello che è condiviso e quello che resta libero
Un sistema che tiene insieme marche molto distanti non si giudica dai componenti che contiene, ma dal punto in cui ha deciso di fermarsi.
Un design system che serve un prodotto solo è un problema di ordine. Un design system che ne serve sette, con identità che non si somigliano per niente, è un problema di confine.
Le testate su cui ho lavorato erano lontanissime tra loro. Una nera e con un serif, una arancione e tutta tonda, una gialla su fondo scuro, una scritta a mano. Un sistema che le avesse rese simili sarebbe stato rifiutato dalle redazioni il primo giorno, e avrebbero avuto ragione: quelle differenze erano il patrimonio, non il capriccio.
Il criterio che ho finito per usare
Dopo alcuni tentativi, la linea si è fermata in un punto che riesco a dire in una frase: è condivisa la struttura della lettura, è libera l’identità.
Nel condiviso stanno la griglia, la scala tipografica, le spaziature, la gerarchia dell’articolo, i componenti di navigazione e di lista. Sono le cose che governano come si legge, e leggere si legge nello stesso modo su tutte le testate, perché funziona più o meno allo stesso modo la testa di chi legge.
Nel libero stanno il colore, la famiglia tipografica, la forma degli angoli, il trattamento delle immagini, il tono delle microcopie. Sono le cose che dicono chi sta parlando.
Il bello di questo criterio non è che sia elegante. È che risponde da solo a quasi tutte le richieste nuove, senza convocare una riunione.
La domanda che risolve le discussioni
Quando arriva una richiesta di eccezione, ne faccio una sola: questa cosa cambia come si legge, o cambia chi sta parlando.
Se cambia chi parla, è libera, e la redazione decide senza chiedere il permesso a nessuno. Se cambia come si legge, allora la discussione non è più su quella testata: è una modifica al sistema, e vale per tutti o non vale.
Questo sposta il conflitto dal luogo sbagliato a quello giusto. Non si litiga più su chi comanda. Si discute di una cosa concreta e si arriva a una conclusione in mezz’ora.
Il costo di mettere la linea troppo avanti
La tentazione, per chi progetta sistemi, è condividere il più possibile. Sembra efficienza. Nella pratica succede una cosa prevedibile: le redazioni che non riescono a ottenere quello che gli serve smettono di chiedere e se lo fanno da sole, fuori dal sistema. A quel punto il sistema non è più la fonte della verità. È un file che qualcuno aggiorna ogni tanto.
Un sistema con confini stretti e rispettati vale più di un sistema con confini larghi e aggirati. Il secondo sembra più completo sulla carta ed è più povero nella realtà.
La prova arriva alla fine, non all’inizio
Tutti valutano un design system su quanto in fretta fa nascere un prodotto nuovo. È la parte facile, e si vede subito.
La parte che mi interessa si vede solo dopo anni, quando qualcosa finisce. Delle sette testate, tre sono state dismesse, e sono finite in tre modi diversi: una ha spento la home tenendo online l’archivio, una ha mantenuto il marchio ed è stata assorbita dentro il brand madre, una è rimasta in piedi e semplicemente ferma.
Tre uscite diverse, nessuna riscrittura, nessun intervento sulle testate ancora attive. Quello è il momento in cui si capisce se la linea era nel punto giusto. Un sistema non si giudica solo da quanto in fretta fa partire un prodotto. Si giudica da quante uscite regge senza rompere il resto.