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Appunti

Cinque regole per progettare quando una parte del lavoro la fa un modello

Non principi generali sull'AI. Le regole pratiche che uso per decidere cosa delego, cosa no, e come non perdere il controllo della gerarchia.

intelligenza artificiale · metodo · interfacce

Di principi generali sull’intelligenza artificiale nel design ne circolano già abbastanza. Queste sono cinque regole operative, nate sbagliando, che uso per decidere cosa mando a un modello e cosa tengo.

1. Delego la variazione, non la decisione

Un modello è bravissimo a produrre venti versioni di una cosa già decisa: venti titoli sulla stessa gerarchia, venti stati di un componente già definito, la declinazione di un layout su otto formati. È pessimo a decidere quale delle venti serve, perché quella scelta dipende da cosa vuole ottenere il prodotto quel mese, e quell’informazione non sta nel prompt per quanto lo scriva bene.

Quando ho provato a delegare la decisione ho ottenuto risultati ragionevoli e mediocri. Ragionevole e mediocre è il punto di equilibrio naturale di questi strumenti, ed è esattamente quello che un prodotto con una posizione non si può permettere.

2. Se non so dire la regola, non la posso automatizzare

Ogni volta che un output mi sembrava sbagliato senza che sapessi spiegare perché, il problema stava a monte: era una regola che avevo in testa e non avevo mai scritto. Il modello non l’ha ignorata. Non l’ha mai avuta.

È diventato un test utile in generale. Provo a scrivere la regola in una riga. Se non ci riesco, non è pronta né per la macchina né per la squadra.

3. La gerarchia resta mia

È la cosa che i modelli sbagliano con più eleganza. Compongono una pagina gradevole in cui tutto ha la stessa importanza, che è il modo più efficace di non dire niente. Decidere cosa si vede per primo costa pochi minuti e vale quanto tutto il resto del lavoro messo insieme.

Su questo non ho ancora trovato un motivo per cambiare idea.

4. Guardo i casi limite prima di quelli belli

La demo è sempre bella perché il contenuto è quello giusto: il titolo della lunghezza perfetta, l’immagine nitida, tre elementi nella lista. Il prodotto vero ha titoli di ottanta caratteri, immagini che non arrivano, liste da un elemento solo e liste da quaranta.

Adesso la prima cosa che chiedo è il caso brutto. Se regge quello, il resto viene da sé. Se comincio dal caso bello, scopro i problemi in produzione, che è il posto più caro dove scoprirli.

5. Tengo tracciato cosa ha generato cosa

Non per burocrazia. Perché quando sei mesi dopo un componente si comporta in modo strano, la domanda “chi l’ha deciso e perché” deve avere una risposta. Con un essere umano la risposta esiste anche quando non è scritta: si va a chiedere. Con un output generato e accettato in fretta, se nessuno ha annotato la ragione, quella ragione non esiste più da nessuna parte.

Quello che non ho ancora risolto

C’è una cosa che mi lascia scontento e non ho sistemato. Questi strumenti alzano molto il pavimento e non alzano il soffitto. Il lavoro discreto diventa facile, il lavoro buono resta esattamente difficile quanto prima.

Il rischio non è che le macchine facciano il lavoro al posto nostro. È che la distanza tra discreto e buono diventi così sottile da smettere di sembrare importante a chi non progetta. Difendere quella distanza, dopo, è un problema di persuasione più che di design, e non è il mestiere in cui sono più bravo.