Carta, scena, schermo
Tre supporti diversi, lo stesso problema: farsi capire prima ancora di essere letti.
- Cliente
- Teatro, cinema, marchi
- Anno
- 2006–2021
- Ruolo
- Digital art direction, brand identity, visual design
Fonte: Le tre stagioni sono quelle del Nuovo Teatro Nuovo, fra il 2009 e il 2011. I diciotto spettacoli sono quelli della stagione 2010/2011: sei attori fissi e sei registi diversi, come da programma pubblicato dal teatro. Il numero dice quanto era grande il problema di comunicazione, non quanto ho prodotto io. I tre festival sono Cannes, i David di Donatello e Giffoni: il lavoro erano i materiali promozionali dei cortometraggi, non i film.
Prima dei prodotti, c’erano i manifesti. È lì che ho iniziato: in agenzie, case di produzione e studi interdisciplinari, lavorando su marchi, locandine e campagne.
Il manifesto è stato il mio primo allenamento alla sintesi: ha un attimo per essere visto, nessun margine per spiegarsi dopo. Chi lavora con questo vincolo impara a leggere ogni gerarchia visiva in modo diverso.
La tesi che mi porto dietro
Mi sono laureato in Comunicazione Visiva con una tesi dal titolo Nuovi modelli di comunicazione visiva. Il progetto pubblicitario come progetto di sistema. In breve: una campagna non si progetta da sola.
Il punto era questo: per costruire una comunicazione davvero efficace bisogna capire dove vive il marchio nella mente delle persone. E se quel posizionamento non funziona, la campagna da sola non basta a cambiarlo. A fare la differenza sono i punti di contatto reali: il sito, l’app, i moduli, gli strumenti che trasformano la promessa in esperienza.
Questa idea è ancora oggi alla base del mio lavoro. Per me la carta non è una fase superata: è l’inizio di un ragionamento che continua su schermo, nello spazio e nell’interazione.
Il Nuovo Teatro Nuovo
Per tre stagioni sono stato digital art director al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, ai Quartieri Spagnoli. Mi sono occupato di identità visiva e comunicazione: dalla campagna di stagione alla locandina del singolo spettacolo, dal sito ai materiali di sala.

Lavorare con la direzione artistica di Antonio Latella mi ha portato a considerare l’estetica non come qualcosa che precede l’esperienza, ma come qualcosa che la attraversa. In teatro, infatti, il progetto non finisce quando si riaccendono le luci: continua in ciò che il pubblico porta con sé.
Fondamentalismo
La stagione 2010/2011 non era un semplice cartellone, ma un progetto unitario costruito attorno a una sola parola: fondamentalismo. Una compagnia stabile di sei attori, sei registi diversi, diciotto spettacoli tra repertorio e monologhi, con un’anteprima al Napoli Teatro Festival Italia.
Comunicare una stagione così significava trovare un segno capace di tenere insieme tutto. Per questo la parola FONDAMENTALISMO è diventata un elemento grafico centrale: spezzata in tre righe, ritagliata come un adesivo, con un contorno bianco che la rende leggibile su qualsiasi sfondo.
Accanto, un fiammifero: simbolo della stagione e, insieme, elemento tipografico. Sotto la voce “abbonamento” non c’è una linea, ma un cerino.

Ai sei registi sono stati associati sei segni distintivi — bomba, granata, molotov, candelotto, detonatore e timer — tutti costruiti con lo stesso contorno spesso, uno per colore, e declinati anche in formato cartolina. Servivano a rendere immediata l’identificazione di ogni spettacolo dentro una stagione in cui il titolo cambiava di continuo.

Il sistema doveva funzionare in contesti molto diversi: locandina, sito, scenografie digitali, materiali per il pubblico. La sfida più dura era la scena, dove il progetto deve restare leggibile senza imporsi sugli attori.
La scatola di [H] L_Dopa
Nel gennaio 2010 ho lavorato a [H] L_Dopa, regia di Antonio Latella, drammaturgia sua e di Linda Dalisi, con quattordici attori provenienti da cinque paesi. Lo spettacolo ambientava il tema della malattia e della cura attorno al farmaco del titolo.
All’ingresso il pubblico riceveva una scatola di medicine, in cartoncino, con un bugiardino impaginato come un vero foglietto illustrativo e un blister che conteneva due spillette al posto delle pillole.

L’idea partiva da un gesto molto semplice: usare un oggetto già noto, già comprensibile, e trasferirne la logica nel racconto visivo. La scatola funzionava perché non richiedeva spiegazioni: si apriva, si sfogliava, si rompeva. Esattamente come un farmaco vero.
La spilletta poi usciva dal teatro e continuava a vivere addosso a chi l’aveva ricevuta. Ed è lì che il progetto diventava memoria.
Per me, da quel lavoro in poi, la questione non è più stata il gusto ma la leggibilità. La stessa domanda che mi pongo oggi davanti a un’interfaccia: cosa sa già chi arriva qui? E cosa devo progettare perché capisca subito?
Il cinema
Ho realizzato materiali promozionali per cortometraggi arrivati in concorso a Cannes, ai David di Donatello e a Giffoni: locandine, press kit e titoli.
Qui il lavoro era tradurre un film in un’immagine ferma, senza raccontarlo tutto. Una locandina deve promettere il tono giusto a chi non ha visto nulla, senza tradire chi il film lo conosce già.
I marchi
Ho lavorato anche su identità per progetti interdisciplinari e per piccole aziende, dove il marchio è spesso la prima cosa che si vede e, molto spesso, l’unica che resta.
Un marchio funziona davvero quando regge nel piccolo, nel monocromatico, sul tessuto, nella stampa povera e anche nel ridisegno di qualcun altro, anni dopo.
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