Strumenti interni
Gestionali, pannelli e back office. Prodotti che nessuno sceglie e che qualcuno usa otto ore al giorno.
- Cliente
- Ciaopeople
- Anno
- 2015–2025
- Ruolo
- Product design, interfacce dense, design system interno
Gli strumenti interni
La parte di Fanpage che si vede è la pagina. Dietro c’è l’altra metà del lavoro, quella che nessun lettore incontra mai. Gli strumenti con cui la redazione decide cosa coprire, monta i video e li manda su ogni piattaforma. Li ho progettati per Ciaopeople, e girano su più testate, non solo Fanpage.
Il brief qui è l’opposto di quello dell’articolo. Sull’articolo progetti per uno sconosciuto che ti dà un secondo, e ottimizzi il primo colpo d’occhio. Qui progetti per chi lo strumento ce l’ha aperto tutto il giorno, lo conosce a memoria, e non ti perdona un clic in più. Cambia tutto. Densità al posto dello spazio, velocità al posto dell’effetto, la storia al posto della sorpresa. Lo stesso mestiere, il vincolo ribaltato.
Il gestionale editoriale
Una redazione grande produce più segnalazioni di quante ne possa tenere a mente. Il gestionale è la lavagna dove ogni notizia entra, viene assegnata, lavorata e chiusa. Quattro stati — da lavorare, in lavorazione, completata, scaduta o eliminata — e una scheda per ognuna con dentro tutto quello che serve.
La decisione più delicata è cosa mostra la scheda e cosa tiene nel dettaglio. In colonna ne scorrono a decine, quindi la scheda dice il minimo per riconoscere una segnalazione a colpo d’occhio: titolo, chi ci lavora, scadenza, stato. Descrizione, note e link all’articolo stanno sotto, e si aprono solo quando servono.
Sulla stessa lavagna lavorano in tanti insieme. Due persone che aprono la stessa segnalazione è il modo più veloce per buttare il lavoro di uno dei due. Quindi lo strumento dice sempre chi sta facendo cosa, chi sta riordinando una colonna e chi sta modificando una scheda, e blocca quello che è già in mano a qualcun altro. È la parte che in uno screenshot non si vede ma che tiene in piedi il resto.
In redazione cancellare una segnalazione non è neutro. Per questo l’eliminazione chiede una nota obbligatoria, e ogni scheda porta una timeline che registra chi l’ha creata, assegnata, spostata, modificata e quando. La storia è di prima classe, non un dettaglio, perché conta sapere non solo dove sei ma come ci sei arrivato.
Gli stessi dati, letti dall’alto, diventano la reportistica. Quante segnalazioni ferme in coda, quanto tempo medio per chiuderle, dove si accumulano. Filtri per redazione, per persona, per periodo. Serve a chi coordina per vedere i colli di bottiglia senza aprire scheda per scheda. Il problema non è fare il grafico, è dire la cosa giusta senza annegare chi guarda.
Lo strumento di archivio e distribuzione video
Un’intervista girata diventa tanti video diversi. Lo stesso montato in 16:9, 9:16, 1:1, 4:3, uno per ogni destinazione. Lo strumento tiene insieme l’archivio dei girati e la distribuzione su tutte le piattaforme, da YouTube a TikTok, da Facebook a Instagram.
Il cuore è la griglia di distribuzione. Ogni montato va su un insieme di piattaforme, e ognuna ha il suo stato: da approvare, schedulato, pubblicato, errore, formato non supportato. Il problema è farlo leggere a colpo d’occhio. Su decine di video e otto destinazioni, chi distribuisce deve vedere in un secondo cosa è online, cosa è fermo e cosa è andato storto. La spunta verde, l’errore in rosso, la piattaforma spenta quando il formato non c’è, sono quel linguaggio.
I diritti non sono un campo in fondo. Prima di mandare fuori un video lo strumento chiede chi è titolare dell’audio e del video, e non si distribuisce senza averlo detto. È una decisione legale scritta come passaggio obbligato, non come promemoria che qualcuno può saltare.
A monte c’è l’archivio. Nel momento in cui un girato entra, lo strumento chiede quello che lo renderà ritrovabile dopo: categoria, persone coinvolte, luogo fino al comune, data. Chiede anche se un file .mov è multi‑traccia, una domanda che l’operatore da solo sbaglierebbe. Si progetta il momento del caricamento perché l’archivio, mesi dopo, sia cercabile davvero.
A questo volume l’errore è la norma, non l’eccezione. Le piattaforme rifiutano, i formati non passano, una pubblicazione fallisce. Lo strumento tratta l’errore come uno stato, con un passo per ripubblicare, invece di lasciarlo come un vicolo cieco.